I soldati tedeschi dell’Imperatore Corradino di Svevia, sconfitti dagli Angiò vicino a Napoli, trovarono rifugio nell’Abbazia di Calavena dando vita al futuro comune?

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I soldati tedeschi dell’Imperatore Corradino di Svevia, sconfitti dagli Angiò vicino a Napoli, trovarono rifugio nell’Abbazia di Calavena dando vita al futuro comune?

Secondo un documento parrebbe di sì.

Un documento che ho ritrovato nel fondo di San Nazaro e Celso presso l’Archivio di Satto di Verona relativo alla lunga controversia sul pagamento delle decime sui terreni novali apre una nuova ipotesi sull’origine delle popolazioni germaniche della comunità di Sprea cum Progno ovvero di Badia Calavena. Secondo questo documento gli antenati degli abitanti di Badia Calavena furono i soldati delle truppe dell’Imperatore Corradino di Svevia che si ritirarono a vivere su quei monti dopo la sconfitta nelle lotte tra papato e Impero. Ecco cosa dice il documento del 1629:

Nelle montagne del veronese che sono come Alpi si ritrova un loco detto Abattia, Calavena et Sprea cum Progno. Con boschi, prati, et terre che si seminano di grani diversi. Posto tra Marcemigo et Cogollo, Castelvero, Vestena, Campo della Fontana, Selva de Progno et Garzone di Vello. Et è composto in più contrà over Colonelli, cioè: Gamella, Alpesino, Castello, Stizzole, Sprea, Rumiago, Tanara, Carpene, Garzone, Scandolara con Progno, et altri nomi dentro della pertinentia di Sprea con Progno della Badia Calavena. Et in costiera di quel distretto è fabricata un’antichissima Chiesa con Claustri, case et altre fabriche unite. La qual Chiesa è dedicata a S. Pietro, a S. Vito et a S. Modesto. Vi è anco nella sommità del monte in Castello un’altera piccola Chiesa dedicata a S. Pietro. Sono state et sono queste Chiese rette dalli Abbati, et monaci Cassinesi di San Benedetto et vi mantengono un sacerdote Prete che sa la lingua tedesca per la cura delle anime. Era anticamente quel loco dishabitato et senza allogiamenti, ne vi era villa. Gueregiandosi poi in Italia et flutuando le fattioni Guelfe et Gibelline sotto l’Imperatore Federico Barbarossa, et Henrico suo figlio che fu similmente Imperatore, quando furono rotti, per terra et per mare andarono le genti Alemanne disperse; et intorno l’ano 1260 parte di esse si ridusse ad habitare ne lochi della Badia di Calavena et sotto l’obedienza delli Abbati et monaci ch’erano patroni et possessori. Col tempo furono essi tedeschi fatti lavoratori et coloni del Monasterio di detta Badia dalli Abbati et monaci di quella concedendo a quelli huomeni campi 25 in circa per ciascuna fameglia et facendogli maseri del monasterio con riconosserlo per patrone con obbligo di pagarli ogn’ano per virtù del Diretto Dominio, denari, formento et altre frue; et concedendo a detti huomeni li boschi et altre terre per nutrimento delli animali con impositione del datio, et di pagar al Monasterio ogn’anno denari et la decima parte de grani et animali minuti, et con reconoscimento della obedienza et maggioranza”.

Secondo questo documento i tedeschi della Calavena giunsero nelle terre dell’abbazia intorno al 1260, quindi ben prima del primo contratto ufficiale di livello che ci sé pervenuto, stipulato con i fratelli teutonici di Sprea, Enrico e Corrado, nel 1295. Secondo questo documento essi furono al seguito dell’imperatore Barbarossa e di suo figlio Enrico, nella lotta tra Guelfi e Ghibellini. Non ci siamo però con le date: Federico il Barbarossa nacque nel 1122 e morì nel 1190; suo figlio Enrico nacque nel 1165 e morì nel 1197.  Si tratta probabilmente di un altro svevo, l’ultimo discendente della casata degli Hohenstaufen, Corradino di Svevia. Egli era duca di Svevia, re di Gerusalemme e di Sicilia. Nacque il 25 marzo 1252 nel castello di Wolfstein nella Bassa Baviera, a nord-est di Landshut; il padre era uno dei figli di Federico II, re Corrado IV (alla nascita del bambino si trovava già in Italia e morì il 21 maggio 1254 in Puglia, presso Lavello, senza averlo mai visto), la madre era Elisabetta di Wittelsbach, figlia del duca Ottone II di Baviera. Egli, ancor sedicenne,  giunse in Italia in quegli anni e fu ben accolto a Verona, a Pavia e specialmente a Pisa, città di stretta fede ghibellina. I pisani misero a sua disposizione denaro e soprattutto la loro potenza marinara. Giunto a Roma vinse e fece fuggire il Papa a Viterbo. Il trionfo romano di Corradino, il cui esercito era composto soprattutto da Tedeschi, Lombardi (italiani della pianura padana) e Toscani, fu effimero. La fortuna non gli fu propizia: fu sconfitto il 23 agosto 1268 dagli Angioni nella battaglia di Tagliacozzo vicino a Napoli. Le truppe di Corradino furono largamente distrutte durante la battaglia o costrette alla ritirata: “Le sue truppe – come dice il documento, – quando furono rotti, per terra et per mare andarono le genti Alemanne disperse”.

La battaglia segnò la fine della resistenza dei ghibellini in Italia, che sostenevano la causa di Corradino contro il papa e i guelfi, sostenuti dalla monarchia angioina. Corradino fu catturato dalle forze angioine, guidate da Carlo I d’Angiò e fu giustiziato a Napoli il 29 ottobre 1268. Le sue truppe furono disperse. Secondo il documento, i monaci Benedettini, da sempre filo-imperiali, accolsero parte dei soldati tedeschi in ritirata: “intorno al 1260 (era il 1268) parte di esse si ridussero ad habitare nei lochi della Badia di Calavena, sotto l’obbedienza degli abati” e che “col tempo furono essi tedeschi fatti lavoratori et coloni del Monastero (1295)”. Prima di allora il territorio dell’abbazia – secondo i Benedettini –  era “disabitato et senza alloggiamenti, né vi era villa”. L’insediamento tedesco nella Calavena potrebbe aver origine dai soldati teutonici dell’esercito di Corradino di Svevia che, dopo la sconfitta di Napoli, non fecero ritorno in patria ma si stabilirono nella Calavena, accolti nei terreni dell’abbazia dai monaci benedettini. Sta di fatto che fu proprio poco dopo quegli eventi  che nacque una nuova comunità totalmente teutonica, quella di Sprecumprogno o Badia Calavena, composta di gente  che parlava la lingua tedesca (poi chiamata impropriamente “cimbra”) ed era assistita da un curato, in genere “de Alemania”, nominato dall’Abate. Non è forse un caso che si attesti in quelle terre: il “maso dell’Imperatore”, Kosar (Cosari, imperatore); Kunek (Cunego, re), la località degli Armani, de Almanis, che un documento precisa “qui erant de Alemanis” (che erano Alemanni ovvero degli Svevi come Corradino); gente proveniente da Caldaro, Ultimo, dalla Val Venosta, de Valprina (Prin-tal, tra Austria e Germania), de Lindouna (Lindau, sul Lago di Costanza), de Prixenore (Bressanone). Il fatto che la provenienza dei nuovi coloni sia da località diverse, anche lontane una dall’altra, confermerebbe questa ipotesi: ogni soldato, ben equipaggiato, veniva messo a disposizione dell’imperatore dai feudatari di diverse località.  Per approfondimenti e note: S. Valdegamberi, “De decimis novalibus”, edizione 03.

Foto: dall’alto; Napoli. Statua di Corradino, stupor mundi, il re bambino, nel luogo della
sua sepoltura. Aveva 16 anni quando fu decapitato dopo la sconfitta nei
pressi di Napoli.

– Particolare del chiostro dell’Abbazia Benedettina di Calavena, potente abbazia nell’alta Val Longazeria (Val d’Illasi) tra l’XI e il XIV secolo

  • Battaglia di Tagliacozzo ove l’esercito di Corradino fu sconfitto. Parte dei tedeschi in ritirata furono accolti presso l’Abbazia di Calavena
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Stefano Valdegamberi

Stefano Valdegamberi, nato a Tregnago il 6 maggio 1970. Dopo il diploma di Maturità Classica, si è laureato in Economia e Commercio. È conosciuto principalmente per la sua figura di politico-amministratore in quanto già sindaco di Badia Calavena, comune ove risiede con la moglie e i tre figli e, in seguito, Assessore e Consigliere della Regione Veneto. Fin dagli anni del liceo ha sempre coltivato la passione per la storia, la linguistica e la cultura locale. Tra i suoi lavori ricordiamo “I nomi raccontano la storia” (2015), “De decimis novalibus” (2018), “Alle origini degli antichi comuni di Saline, Tavernole e Corno” (2021), “Le origini del linguaggio” (2022). È cultore della lingua cimbra, il Taucias Gareida, un tedesco medievale parlato dai suoi antenati della montagna veronese e tuttora usato da pochissimi parlanti del borgo di Giazza (Ljetzan). Il suo ultimo lavoro “Castelvero, la storia millenaria di un feudo vescovile e dei suoi abitanti”

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