Catari Capitolo II. Nomi e fatti

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Catari Capitolo II. Nomi e fatti


Primera, Liza, Garienda, Mezzagonella, Azolina, Menabò, Ciullo, Marinello, Rengarda, Elica, Venaria, Maniapane, Bonomo, Castellano, Marchesina, Bertramino, Oldeberto, Beliarda, Bonmercato, Bergongio, Filosofia, Trevisina, Bono, Gisla, Dolce, Adelasia e altri 173 catari, stretti dalle corde ai pali, recitarono il Padre Nostro invocando il “pane supersostanziale”, al posto del materiale “pane quotidiano”, come dono della parola di Gesù per loro, Boni homini e Boni christiani, certi fino al martirio che la materia sia il Male, lo spirito il Bene.
Catturati dalle truppe degli Scaligeri il 12 novembre 1276, era un giovedì, morirono di fumo e fuoco nell’Arena di Verona il 13 febbraio 1278, di domenica, il giorno dedicato dai cristiani al riposo e alla festa. L’anima, soffio divino prigioniero nel corpo, si liberò dalla tunica che l’aveva incarcerata nella reincarnazione. La buona morte in purezza dal peccato la rese libera di attraversare i sette cieli e le tentazioni degli angeli ribelli, ultimi ostacoli verso il palazzo celeste. Solo qui sta la felicità eterna, contrapposta all’inferno della vita terrena.
Nei mesi in cui furono prigionieri, vissero ammassati come bestie nelle carceri degli Scaligeri. Dove? Forse in prigioni accanto alla chiesa di S. Giorgio, come fece Ezzelino da Romano con i nemici guelfi, o sotto la chiesa di S. Giovanni in Foro – qui Sant’Antonio da Padova consolò i prigionieri nel 1230 – o nella Torre dei Lamberti, le carceri degli Scaligeri, o nella Fortezza di Peschiera, dove Mastino II fece rinchiudere e assassinare il fratello.
Mastino I, che ne ordinò la cattura, pare li volesse tenere come merce di scambio, più che carne viva da ardere. Fino a che l’autorità imperiale protesse le città ghibelline, anche i catari ebbero modo di predicare e vivere in armonia con le popolazioni locali. Ma la morte, in sequenza, dell’imperatore Federico II di Svevia (1250), di Ezzelino da Romano (1259) e di Corradino di Svevia (1268), indebolirono fortemente i Ghibellini. Su di loro si abbatterono le scomuniche papali. Come successe a Verona: colpita dalla condanna di Roma, pensò di imprigionare gli eretici, in un primo tempo, come azione compiacente verso il papa, in sintonia con Mantova, pure lei animata da neonate simpatie guelfe.

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Claudia Farina

Giornalista e scrittrice, vive a Verona. Specializzata in stampa turistica, cultura del vino ed eresie medievali, è direttrice della rivista Gardamore. Ha scritto articoli e libri inerenti il lago di Garda, l’Africa, il Medio Oriente e altri Paesi.   Fa parte di varie Associazioni tra cui Le Donne del vino; Wigwam (Rete associativa per lo sviluppo equo, solidale e sostenibile delle Comunità locali); Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari ); Onav (Organizzazione nazionale assaggiatori di vino). Ultimi libri pubblicati: “Sull’onda. Intrecci d’amore e di viaggio” Delmiglio editore; per Cierre Grafica ha scritto “Catari sul Garda. Maddalena l’apostola e il vescovo donna”; “La svolta nei racconti di dieci donne”; “Boni Homini. Sulle tracce dei Catari e di Maria Maddalena”; “Puri Cristiani. I Catari dal Piemonte alla Sicilia”. Scrive di tutto ciò che la interessa sul blog del suo sito www.claudiafarina.com

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