Donne e diritti, quel «Ponte per la democrazia reale» tra Occidente, Iran e Afghanistan 

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Donne e diritti, quel «Ponte per la democrazia reale» tra Occidente, Iran e Afghanistan 

Quando la condizione femminile è specchio del grado di civiltà

«Lotta e resistenza come forma di responsabilità verso le generazioni future»

Un filo unisce vicende come quella di Rayaneh Jabbari, giustiziata per aver reagito a un tentativo di stupro, ai tanti percorsi dell’attivismo per i diritti umani. È il filo tessuto da chi lotta per la condizione femminile in quanto «forma di responsabilità verso le generazioni future». A raccontare quella lotta è stato il convegno «Donna Vita Libertà – I diritti negati delle donne in Iran e Afghanistan», ideato dall’associazione Ve.G.A. Veronesi Giuriste Associate e promosso insieme a Telefono Rosa, la Commissione pari opportunità della Provincia di Verona, l’Assessorato per la parità di genere del Comune di Verona e la Commissione Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati di Verona.  

Ospitato da Palazzo Scaligero e inserito nel programma della manifestazione «8 Marzo – Giornata internazionale dei diritti delle donne 2025» voluta dall’Assessorato alla Parità di genere del Comune di Verona, il convegno, moderato dalla giornalista Francesca Mazzola, è stato introdotto, dopo i saluti istituzionali, da Sara Gini, presidente di Ve.G.A, secondo la quale «la testimonianza di donne coraggiose diventa il grido di tutte le donne del mondo», a promemoria di come «la protezione dei diritti sia quantomai necessaria anche laddove quei diritti sono dati per acquisiti». Ecco perché parlare di Iran e Afghanistan, Paesi in cui la condizione femminile, da sempre «indicatore del grado di liberalismo e civiltà di una società», è «precipitata al di sotto della soglia minima». Ed ecco perché il convegno di Palazzo Scaligero, «ideale Ponte per il passaggio di informazioni e la coltivazione di Reti che garantiscano a livello locale e globale l’esercizio di una democrazia reale, in grado di trasformare i rapporti e affrontare i conflitti»

Per allungare lo sguardo sull’Iran ci si è affidati ad Hana Namdari, giornalista di Indipendent Persian e attivista per i diritti umani nel Paese, lei che si è occupata spesso del nodo delle condanne senza un processo vero e proprio. «È un tema di cui è necessario parlare. Oggi in Iran i diritti umani sono negati, soprattutto quelli delle donne. Non è pensabile che un giovane sia impiccato soltanto perché ha partecipato a una manifestazione, il tutto senza il riconoscimento di alcun diritto, inclusa la possibilità di disporre di un avvocato». Affrontare quel nodo, secondo Namdari, significa «domandarsi come si è arrivati a questo punto, visto che negli anni 60 e 70 la situazione era completamente diversa: ora nel Paese c’è una generazione che va in piazza, che combatte per diritti e libertà, ma che nelle proteste affronta costantemente la repressione da parte delle forze dell’ordine».

Ad aver vissuto in Iran per tredici anni è Tiziana Ciavardini, antropologa culturale, giornalista per varie testate nazionali, scrittrice che si occupa tra le altre cose della condizione della donna nella società islamica e sta preparando un libro sul tema della violenza di genere. Un excursus, il suo, sulla storia femminile in Iran fra restrizioni e discriminazioni, citando «i casi di Rayaneh Jabbari, giustiziata per aver reagito a un tentativo di stupro, e di Romina Ashrafi, vittima di un “delitto d’onore” per mano del padre: due esempi della violenza sistemica subita dalle donne iraniane. Con Rayaneh abbiamo una donna che vede la legge del proprio Paese schierarsi dalla parte del carnefice – riflette Ciavardini – mentre con Romina ci troviamo di fronte a una famiglia che tutela il proprio onore uccidendo la figlia “responsabile” di voler lasciare casa per andare a vivere con un ragazzo più grande di lei». Per Ciavardini, «tali tragedie sono solo l’eco di una sofferenza più profonda, di un sistema che nega alle donne la loro umanità, ma nel cuore di questa oscurità la speranza non muore e le donne iraniane si ergono, con la forza della loro determinazione, per rivendicare libertà e uguaglianza, dalle strade alle piazze virtuali, per un grido la cui potenza non conosce confini»

Come sottolineato da Carlotta Rossato, dottorata con lode in Human Rights, Society and Multi-level Governance al Centro Diritti Umani A. Papisca dell’Università di Padova, «il sistema penale iraniano registra l’assenza del principio di determinatezza della fattispecie» mentre «il sistema giudiziario vede un forte arbitrio del giudice nell’interpretazione della legge»

Un altro testimone delle lotte sociali e politiche per diritti umani e civili èMohsen Hamzehian, Medico dell’Associazione per la Democrazia in Iran. A Palazzo Scaligero, Hamzehian ha parlato dei «venti di guerra internazionali come dinamica favorevole al regime iraniano, che può concentrare le sue forze contro il movimento Donna Vita Libertà. La condizione generale dell’Iran, peraltro, la cui elevata popolazione è produttrice di materie prime a basso costo per il mercato mondiale, incarna una condanna all’arretratezza a causa dei bassi salari, della mancanza di libertà sindacali, dei bassi consumi, del mercato nazionale fragile, dei sistemi sociali impoveriti e ricattabili e del non riconoscimento dei partiti politici». Come rimarcato da Hamzehian, «è la presenza così forte della questione femminile, nei movimenti più recenti in Iran, la misura  del bisogno di rottura con i principi del regime», vedi anche la «legge sulla castità e sull’obbligo dell’hejab promossa poco più di un anno fa». In tutto ciò, l’Occidente appare «complice della sopravvivenza del regime attuale, perché garantisce reti di interessi rispetto alla prospettiva, per la politica dei paesi ricchi, di avere un Iran più evoluto».

Dopo la testimonianza dell’attivista iraniana Elaheh Tavakoliyan, le riflessioni del convegno si sono indirizzate sull’Afghanistan.

Un richiamo forte, proprio in fatto di «responsabilità verso le generazioni future», è arrivato da Daniela Meneghini, docente di Lingua e letteratura persiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, autrice di libri e articoli scientifici e curatrice di traduzioni come quella di Azadi seda-ye zanane darad, volume pubblicato nel 2023 da M. Asef Soltanzadeh, intellettuale afghano trapiantato in Danimarca che ha raccolto 36 testimonianze di attiviste afghane sulla questione dell’apartheid di genere: il libro, in Italia, porta il titolo Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane (Jouvance 2024). «Con le leggi emanate nel 2021 dai talebani alla ripresa del potere – così Meneghini – è iniziata anche la rivolta rivolta di donne scese nello spazio pubblico per denunciare l’inaccettabilità delle nuove norme imposte e il rifiuto della mentalità misogina dominante: un gesto di coraggio straordinario, visti i rischi, compiuto pensando alle generazione delle proprie figlie e dei propri figli»

Una realtà ben esemplificata anche da Monira Najibzada, donna di origini afghane, laureata in Giurisprudenza con master in Criminal law and Criminal science all’Università di Kabul, già Procuratrice generale all’Attorney General’s office of Afghanistan e attualmente impegnata in Italia con Ags, l’Associazione giovanile salesiana. «Il sistema giudiziario dell’Afghanistan è cambiato varie volte negli ultimi 20 anni. Dal ritorno dei talebani, avvenuto nel 2021, il sistema si basa sulla Sharia, la legge sacra dell’Islam, e su regole frutto di influenze religiose. La minima libertà è stata spazzata via».

Con Barbara Porta, avvocata del Foro di Torino, presidente del Comitato Human Rights del Ccbe, il Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa per cui è già stata vice presidente del Comitato Migration, ci si è concentrati sul contrasto fra idiritti negati delle donne in Afghanistan e gli obblighi fissati dalle norme internazionali. Porta ha ripercorso il rapporto presentato nell’aprile 2024 alle Nazioni Unite da Oiad, l’Osservatorio internazionale avvocati in pericolo: «Il rapporto è stato presentato come stakeholders per l’Esame periodici universale delle Nazioni Unite sull’Afghanistan e fotografa la terribile situazione dei diritti umani per tutti e per le donne e l’avvocatura in particolare». A livello europeo, come fatto notare da Porta, «la sentenza della Corte di Giustizia Ue dell’ottobre 2024 stabilisce un importante precedente giuridico in materia di riconoscimento della protezione internazionale per le donne afghane».

In Italia una realtà impegnata nella solidarietà internazionale è il Cisda, il Coordinamento italiano di sostegno alle donne afghane presieduto da Graziella Mascheroni, classe ’50, origini comasche, laurea in Lingua e letteratura araba a Venezia. Parliamo di una piccola associazione di volontarie, con Mascheroni tra le socie fondatrici, che da 25 anni lavora con Rawa e altre associazioni di donne afghane, laiche e femministe. L’obiettivo è «sostenere i loro progetti di alfabetizzazione e scuole segrete, rifugi per donne maltrattate, piccole cliniche, ma soprattutto favorire la consapevolezza delle donne sui loro diritti, base di ogni cambiamento». Dice Mascheroni che «il Regime talebano corrisponde a un ritorno all’età della pietra: le donne non possono frequentare le scuole né le università, sono stati chiusi i saloni di bellezza e succede pure che le finestre di casa che danno sulla strada vadano murate affinché la donna non sia vista dai passanti»

Proprio da Cisda è partita lo scorso dicembre la campagna «Stop fondamentalismi – Stop Apartheid di genere», con cui si chiede che «i talebani siano giudicati dai tribunali internazionali, non perché una condanna sarebbe sufficiente a farli cambiare ma perché sarebbe un ostacolo alla politica di riconoscimento del loro governo, che tutti gli Stati in modo esplicito o mascherato stanno portando avanti». Nel suo intervento Mascheroni ha ricordato che «il Regime fondamentalista dei talebani è responsabile della soppressione dei più elementari diritti umani della popolazione civile, in particolare delle donne e degli individui Lgbtqi+. L’Afghanistan rappresenta il caso più emblematico di “apartheid di genere” anche se non è il solo, perché l’autodeterminazione della donna vede drammatiche limitazioni ovunque, anche nel mondo occidentale: la promozione del valore della laicità è l’argine più efficace ai fondamentalismi come indicano le organizzazioni progressiste, democratiche e anti-fondamentaliste anche in Afghanistan».

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Direttore Claudio Gasparini

Giornalista, iscritto all'O.d.G. Veneto dal 1988, collaboro anche con altre testate giornalistiche cartacee, on-line e radiofoniche. Coautore del libro "Eccomi... una storia d'amore con Dio" pubblicato nel 2015. Cavaliere della Repubblica e dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Socio Lions, Officer e coordinatore della rivista distrettuale.

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